Identità ed etichette

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A volte basta davvero poco ad “ingabbiarci”.

Nella vignetta, a sinistra c’è lo sportello per coloro che hanno tempo, mentre a destra c’è lo sportello per coloro che hanno fretta. Ed ecco il paradosso, a sinistra una persona, a destra parecchie persone che si riconoscono nella caratteristica comune dell’avere fretta. Poco importa se dall’altra parte potrebbero fare quello che devono fare risparmiando tempo. Spesso lo facciamo, ci appropriamo di un’etichetta e ci identifichiamo in quell’etichetta.

Chiedo alle signore, vi è mai capitato di essere in un locale, ristorante, etc. e di usare il bagno degli uomini, deserto, perché in quello delle donne c’era troppa gente? Come nel caso della vignetta, se da una parte c’è troppa coda, possiamo scegliere di andare dall’altra dove non c’è nessuno: e l’etichetta che fine fa? E’ davvero così importante quell’etichetta?

Nella vita di tutti i giorni siamo abituati a relazionarci alle persone anche attraverso l’etichetta che diamo loro, oltre a quella che diamo a noi stessi. Se da un lato questo ci aiuta a orientarci, dall’altro ci limita enormemente nel momento in cui l’etichetta diventa preponderante rispetto all’identità nostra e dell’altro; pensiamo per esempio all’etichetta di “disoccupato”.

I media utilizzano continuamente questo termine e nell’immaginario di ognuno di noi (che invece ha un lavoro) quella del disoccupato diventa una identità: è una persona che ha perso il lavoro, probabilmente sarà preoccupato, scoraggiato se non addirittura disperato, avrà una famiglia da mantenere e un mutuo o un affitto che fa fatica a pagare e mille altri problemi, oppure è un giovane che non riesce a trovare un lavoro e non può formarsi una famiglia etc. etc. etc.

Pensiamo “disoccupato” e nella nostra mente compare un’immagine, gli diamo un volto e siamo solidali con lui, magari pensiamo anche “poverino”. E così l’etichetta prende vita. Se andiamo oltre l’etichetta, scopriamo che dietro c’è una infinità di varianti. Per esempio ci sono persone “disoccupate” che non si sentono tali, ci sono persone che decidono di licenziarsi, ci sono persone che perdendo il lavoro trovano uno stimolo a cambiare la propria vita professionale. Dietro un’etichetta c’è un mondo fatto di milioni di sfumature e nella nostra professione di coach come nella nostra vita quotidiana dobbiamo esserne consapevoli.

Dare un’etichetta alle persone con cui lavoriamo, i nostri clienti, e dare per scontato che essi siano conformi a quell’etichetta significa che la nostra attenzione non è su di loro. Rischiamo di distruggere il rapport e di essere arroganti invece che utili. Abituiamoci invece a fare una, dieci, cento domande in più per capire, per andare in profondità; le domande sono il nostro strumento di lavoro più potente, alleniamo la nostra curiosità e sarà il cliente a portarci nel suo mondo, al di là delle etichette.

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